IL Carnevale in Lucania

CIBI TIPICI DI CARNEVALE IN BASILICATA


CIBI TIPICI DI CARNEVALE IN BASILICATA
Da Basilicata Regione Notizie pagg. 107-112

1. Il tema alimentare nelle fonti edite
Una pluralità di consuetudini culinarie erano e sono ancora proprie della festa carnevalesca. Attualmente, è quasi del tutto scomparso il senso dell’attesa e del rispetto delle tradizioni carnevalesche, ma in
Basilicata si preparano ancora in questo periodo alimenti molto nutrienti: la pasta fatta in casa, la carne di maiale, i dolci fritti in abbondante olio o strutto.
Durante il Carnevale era abitudine preparare pasti lauti ed abbondanti, in particolare la domenica o il martedì grasso, oppure in ambedue i giorni. E’ necessario precisare che per le notizie raccolte ci riferiamo agli anni che vanno dal 1950 al 1975 circa. Alcuni autori ci forniscono informazioni più recenti per Cirigliano, Roccanova, San Mauro Forte e Tricarico.
Il quadro della documentazione desunto dalle fonti edite non è molto ricco di dati. Le maggiori testimonianze si hanno per le città di Matera e Potenza.

1.a. La pasta fatta in casa
Durante il periodo carnevalesco, e non solo, piatto tipico della cucina lucana era la pasta fatta in casa. Oggi è raro che la si prepari, poiché solitamente si cucinano le paste alimentari industriali.
A Castelmezzano il Carnevale aveva inizio il 17 gennaio. Da questo momento fino all’ultimo giorno di Carnevale, ogni giovedì veniva indicato con un nome particolare.
Il «giovedì del gallo», forse perchè in questo giorno, si riunivano gli amici verso il Vespro per bere vino, mangiando carne di gallo.
Il «giovedì dei parenti», il secondo giovedì del mese, in quel giorno si riunivano i parenti per bere e ballare accompagnati dal suono dell’organetto o della zampogna.
Il «giovedì grasso», il terzo del mese, si consumava carne di maiale.
Il quarto giovedì, detto «giovedì dell’Auzara», che riguardava l’esposizione del Sacramento in Chiesa.
Si era soliti consumare dei pasti particolari l’ultima domenica, il lunedì (cosa questa insolita in Basilicata) ed il martedì di Carnevale.
I piatti tipici erano per la domenica le orecchiette, condite con sugo di salame o capretto e la “rafanata”. Questa si prepara con uova, formaggio, salsiccia e rafano. Il rafano è una radice aromatica piuttosto
piccante, che matura in genere in gennaio-febbraio. Viene utilizzata in cucina durante il periodo in cui, in Basilicata, si festeggia il Carnevale.
Il lunedì sera si cucinava la minestra di verdura con ossa di maiale. Il calzone ripieno di uova, formaggio e salsiccia e lo si faceva cuocere nella brace ardente.
Il martedì si mangiavano i ferretti conditi con rafano e sugo di salame.

A Cirigliano si cucinavano per l’occasione ed anche attualmente cavatelli col ragù, formaggio e rafano.
A Colobraro per i cibi da mangiare a Carnevale erano d’obbligo i ferretti fatti in casa, il bollito di cicoria campestre per il lunedì grasso e di nuovo ferretti per il martedì grasso.
A Matera il martedì grasso si preparavano i ravioli dolci fatti con un ripieno di ricotta, zucchero, cannella, uova, buccia di limone, il tutto in un involucro di pasta preparata in casa. I ravioli venivano conditi, insieme alle orecchiette ed ai cavatelli con sugo di maiale e pecorino.
La festa a Montescaglioso si svolgeva soprattutto il martedì grasso, in questo giorno le massaie, fedeli alla tradizione, preparavano le pappardelle, i fusilli e le orecchiette.
A Potenza il martedì grasso la gente dopo essersi divertita a ballare, cantare e fare scherzi mangiava insieme salsiccia, ferretti e orecchiette conditi con rafano in bianco o al pomodoro in casa di amici e parenti. Si offrivano le chiacchiere, il melone invernale, i biscotti, i taralli, le fave e i ceci arrostiti. Si beveva vino rosso. A mezzanotte mangiavano l’ultimo piatto di fusilli prima che la campana annunciasse la morte del
Carnevale e l’entrata della sua vedova la Quaresima.
Per Roccanova ricordiamo che l’ultimo martedì di Carnevale ancora adesso dopo aver ballato e cantato si gustano i caratteristici ferretti con il rafano conditi con sugo di maiale e palline di formaggio “pallott” imbevute nel sugo.
Il martedì grasso a San Giorgio Lucano come a San Severino si mangiava molto bene. Per il cenone si gustavano i ferretti “filatelli”, carne mista e polpettine.
A Teana, in occasione dei festeggiamenti legati al Carnevale, si preparava la pasta fatta in casa.
A questo proposito ricordiamo le fettuccine condite con pancetta,  prosciutto e mollica fritti.
A Tito si gustavano i ferretti con rafano grattugiato e sugo di maiale o di carni grasse.

1.b. La carne di maiale
Mangiare il maiale e i suoi derivati è proprio del periodo di Carnevale. Qualche mese prima della festa si uccideva l’animale e si preparavano le provviste per l’inverno: salsiccia, ventresca, pancetta, prosciutto. Anche questa tradizione era sentita maggiormente nel passato.
A Grassano si cucinava il fegato di maiale avvolto nella “zepp” con un foglia di alloro e si metteva a cuocere sui carboni ardenti insieme alla salsiccia ed ai ceci.
Per Matera evinciamo che si era soliti mettere del lardo o della ventresca nel sugo per renderlo più saporito oltre al salame al quale abbiamo già accennato.
A Montescaglioso il sugo lo si preparava con la ventresca.
A Potenza il martedì grasso si mangiava il salame, cotica, piede di porco, costolette, prosciutto, “pezzente” o salame dei poveri perché preparato con le parti grasse e gli scarti del maiale.
A Roccanova si condisce la pasta con il sugo di salame.
Il legame stretto tra Carnevale e il maiale è determinato dal fatto che, come scrive Vincenzo De Lillo a Tricarico «il periodo di Carnevale coincide essenzialmente con quello in cui “si ammazza il porco”,
nelle case, per farne bontà di tutti i tipi, dalle rinomate salsicce, alle soppressate, al “sartasc’niedd”, che si consuma subito» esso è «un soffritto di fegato e altre parti dell’animale».

1.c. Agnello, capretto, coniglio, gallo
La sera del martedì grasso a Irsina si cucinavano le “capuzzelle” d’agnello “arraganate”, testa d’agnello farcita, cioè messe in forno e condite con mollica di pane, origano, aglio e formaggio pecorino.

1.d. Verdura e frutta
A Castelmezzano il lunedì sera si mangiava la verdura campestre con osso di maiale.
A Grassano si preparava tra le altre cose, l’insalata di arance, affettata e condita con olio, sale e pepe.
A Potenza per Carnevale era tradizione preparare della verdura mista scarole, verza, finocchio campestre, sedano e cardoni (il tutto condito con formaggio pecorino).

1.e. Dolci
A Laurenzana e a San Mauro Forte si preparava il sanguinaccio, fatto di sangue di maiale a cui si aggiunge cioccolato, mandorle tostate e tritate, cannella, latte e scorza di limone.
Per Potenza si ricordano le “chiacchiere”, i cui ingredienti sono: farina, zucchero semolato, burro, vermouth bianco, uova, sale strutto, zucchero vanigliato. Le chiacchiere hanno solitamente forma circolare e vengono fritte nell’olio bollente. Una volta tolte dall’olio si pongono su carte assorbente e si cospargono di zucchero vanigliato o di miele.

2. Il tema alimentare nelle fonti inedite
Le fonti inedite hanno avuto realizzazione grazie alle indagini condotte direttamente sul campo.

2.a. La pasta fatta in casa
Le massaie lucane preparavano la pasta in casa con farina, acqua e sale. A questi ingredienti base, come vediamo, in alcuni paesi le donne vi aggiungevano altri elementi. Ad esempio ad Abriola si univano
all’impasto, ma solo raramente, delle uova.
Ad Acerenza per il martedì grasso si preparava la pasta fatta in casa.
L’ultimo giorno di Carnevale a Cancellara si mangiava la pasta fatta nel modo tradizionale, più le uova.
A Filiano si festeggiava l’ultima domenica e l’ultimo giovedì di Carnevale. In questi giorni si mangiavano tra le altre cose i fusilli.
A Lavello si consumava la pasta fatta in casa. La domenica, il lunedì e il martedì di Carnevale chiamati i tre giorni di Carnevale, a Pietrapertosa si mangiavano le orecchiette e i “firricielli”,
cioè i fusilli.
Anche a Ruvo del Monte si preparavano fusilli e orecchiette. Il tutto veniva condito con rafano e ragù.
A Tito il Carnevale lo si festeggiava il martedì grasso, mangiando fusilli.
Anche a Tolve accadeva la stessa cosa che a Tito. A Tolve i fusilli sono detti in vernacolo “maccarun o sunge”. Questo tipo di pasta si preparava con un bastoncino di legno detto, appunto, “sunge”, che sostituisce il “ferretto”, che è, invece, di ferro.

2.b. La carne di maiale
La carne di maiale è quella maggiormente mangiata nel periodo carnevalesco. Ad Abriola la pasta si condiva con sugo di salame.
Per Acerenza si evince che la pasta fatta in casa si condiva con un sugo preparato con salsa di pomodoro, pomodoro a tocchetti, lardo, che sostituiva l’olio d’oliva, sale, peperoncino piccante, cotica, “pezzente” e raramente salsiccia.
A Filiano sui fusilli si metteva sugo fatto con carne di maiale. I salumi locali si consumavano anche a Lavello.
A Pietrapertosa nei tre giorni di Carnevale si mangiavano i fusilli e le orecchiette, con sugo di salsiccia e braciole di maiale. Il ragù che a Ruvo del Monte si metteva nella pasta si faceva con salsa di pomodoro, olio, sale e carne di maiale. Il tutto veniva condito con rafano grattugiato. Questo pasto si consumava soprattutto la sera del martedì grasso.
I fusilli a Tito si condivano con sugo di salsiccia. Lo stesso avveniva a Tolve.

2.c. Il coniglio
Il sugo con cui si condiva la pasta fatta in casa ad Abriola, si preparava con carne di coniglio e salame.

2.d. Verdura e frutta
Ad Acerenza, sempre durante il periodo carnevalesco, si mangiavano fave cotte in acqua salata, la cicoria campestre.
Questa si cucinava con l’osso del maiale e la cotica conservati dalle massaie per le occasioni di festa. Gli ingredienti della minestra sono: cicoria, acqua, lardo, sale, carne di maiale, un pezzetto di pomodoro e peperoncino piccante.
A Filiano durante la questua si otteneva, tra le altre cose, anche della frutta secca come uva sultanina e fichi secchi.
A Tolve durante la questua che cominciava il 17 gennaio si chiedevano tra l’altro anche noci,mandorle e fichi secchi.

2.e. Formaggi
Con il pecorino o con la ricotta dura chiamata in vernacolo “casr’cott”, ad Acerenza si condivano i “maccarun”, i cavatelli, e “r’ c’corie”, ossia la verdura campestre.
A Filiano si usava il pecorino.


2.f. Varie
“U cén’gul” ad Acerenza era un disco di pasta lievitata con su della granella di zucchero, veniva cotto in forno.
A Filiano era tradizione preparare i “rus’cariell”. Sono dei taralli fatti con farina, uova, finocchio; dal gusto né dolce, né salato.

2.g. Dolci
Ricordiamo per Acerenza il tradizionale pasticcio di ricotta chiamata “pastezz”. Questo dolce in passato lo si preparava soprattutto nel periodo di Carnevale, attualmente, invece, è esclusivo della Pasqua.

Gli ingredienti sono uova, strutto, farina ed un pizzico di sale per preparare le due sfoglie di pasta frolla. All’interno si metteva un impasto di ricotta, uova, zucchero e cannella. Quando il periodo carnevalesco
coincide con l’uccisione del maiale, si cucina anche “U sanguinacc” composto da sangue di maiale, mandorle, noci, fichi secchi, uva passa, cannella in pezzi e poco zucchero. Con i ciccioli del maiale si prepara “la f’cazz cu l’frètt’l’”, fatta, con pasta lievitata alla quale si aggiungono i ciccioli del maiale, detti in vernacolo “frètt’l”. Il tutto si cosparge di zucchero semolato prima di mettere in forno. I ciccioli sono i residui abbrustoliti delle parti grasse del maiale.

A Melfi il Carnevale si festeggiava in particolare il martedì che precede le Ceneri. Tra i dolci di Carnevale ancora oggi si preparano le chiacchiere e le frittelle. Queste ultime si fanno con un impasto di farina,
zucchero, olio, uova, lievito di birra. Vengono fritte in olio bollente ed assumono le forme più svariate. A Melfi nel periodo che va dal 17 gennaio al martedì grasso, dei giovani si recavano nelle case di
conoscenti per la questua alimentare, suonando i caccavecchi (pentole con cui facevano rumore).
Queste sono dunque, più o meno, le abitudini alimentari rinvenute per il Carnevale in Basilicata. Le informazioni, però, riguardano una realtà sottoposta a mutamenti dinamici e destinata a perdere, in
breve tempo, i suoi tratti tipici, per avvicinarsi irreversibilmente a schemi più generali e ricorrenti nel resto delle regioni italiane.


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