L'intervento alla conferenza "Da emigranti a cittadini” tenutasi a Nova Siri
Mi considero un cittadino del mondo, un cosmopolita, un privilegiato. Sono in possesso di due passaporti, due cittadinanze, due patrie. Ma l’amore per quella nativa è di certo più grande. Gli Stati Uniti sono un Paese capitalista seppure in maniera diversa dagli altri. Vi è un forte settore produttivo privato ed uno più piccolo pubblico, prettamente burocratico. I sindacati sono meno forti e politicizzati di quelli europei. Il settore privato
in pratica controlla tutta la società americana, dall’istruzione all’assistenza medica.
Giuseppe Fortuna
Presidente della Federazione delle Associazioni Lucane a New York, Stati Uniti
Nonostante sia il Paese più ricco del mondo, milioni di cittadini sono esclusi dal benessere. Sono circa 37 milioni gli americani che vivono sotto il livello di povertà. Ma essere povero in America è di certo differente dall’esserlo altrove. Il povero ha da mangiare, riceve assistenza ma psicologicamente vive malissimo la sua condizione, mette in discussione la propria dignità perché non riesce ad affermarsi nella Patria del benessere e del consumismo.
I poveri, dicevo, ricevono assistenza medica. Meno la classe media che pure rappresenta il fulcro della società statunitense. Eppure è quella che soffre maggiormente; che è costretta a svolgere due lavori per essere in grado di pagarsi le spese ospedaliere o comprare una casa. L’emigrazione di massa è cessata. I discendenti di terza e quarta generazione sono perfettamente inseriti nel tessuto sociale, culturale, politico. Ma non parlano più la nostra lingua.
Si è avuta una atrofizzazione della nostra cultura. Pregiudizi, discriminazione, stereotipi verso la nostra collettività, le cause principali. In passato tantissimi italiani hanno dovuto cambiare nome. Soltanto a partire dagli anni sessanta e settanta, con l’avvento della nuova categoria del pluralismo culturale, si è avuto un risveglio della nostra cultura ed identità. Eppure non è riuscita a penetrare nelle famiglie italoamericane.
Bisogna far qualcosa. In passato il Governo italiano ha commesso innumerevoli errori. La Basilicata è di certo meno ricca dell’Emilia Romagna o della Sicilia che in questi ultimi anni sono attivissime nei confronti dei propri corregionali, ma entro i propri limiti dovrebbe avviare una nuova politica culturale capace di creare un rapporto con la cultura americana, con scambi anche nel settore della ricerca, della tecnologia, del commercio.
E noi ci poniamo al servizio della Regione. Ma vogliamo anche che ci inviate libri, documenti, informazione non solo sugli aspetti culturali e letterari della Lucania. Dobbiamo assieme far emergere una nuova immagine della Basilicata. Solo così si potrà preservare il patrimonio nazionale e regionale anche e soprattutto, per le nuove generazioni di italoamericani.