Le legende lucane
Miti e legende della Lucania
(ultimo aggiornamento : 07/08/2007 - last update 08/07/2007 )
FORENZA - IL CROCIFISSO
Nel 1684 i francescani riformati costruiscono a Forenza un convento che prende
il nome di SS. Crocifisso, è proprio l'intensità drammatica del suo crocifisso,
la profonda espressione di dolore riflessa sul volto del Gesù che porta a
rafforzare ancora di più l'aura di pietà che il crocifisso deve dare. A questo
contribuisce una leggenda che vede il frate scultore, Fra Angelo da Pietrafitta
incapace di completare il capo del Cristo. Stremato dalla fatica al risveglio
trova l'opera rifinita, forse dalla mano di un angelo.
LAGOPESOLE - Il BARBIERE DI FEDERICO BARBAROSSA
Federico I Barbarossa, in vecchiaia, si ritirò al Castello di Lagopesole e,
siccome era afflitto da una deformità congenita che lo costringeva a nascondere
delle orecchie allungate e puntute sotto una fluente capigliatura, per impedire
la divulgazione della notizia della sua deformità, l'imperatore aveva ordinato
che i barbieri da cui si faceva radere, al momento in cui lasciavano la dimora
imperiale, venissero portati, attraverso un corridoio, in una torre dove era un
trabocchetto, nel quale erano spinti e rimanevano sepolti.
Da questa triste sorte un barbiere giovane riuscì a sfuggire evitando la mortale
torre. Ebbe salva la vita a condizione che non avesse raccontato a nessuno del
segreto dell'Imperatore. Il nostro barbiere era veramente intenzionato a
mantenere il segreto, ma la notizia era grossa, allora, non volendo mancare alla
promessa fatta, anche perché temeva giustamente per la propria vita, andò nel
luogo più nascosto della campagna di Lagopesole, una volta arrivato, scavò un
buco profondo nel terreno e, parlandoci dentro, raccontò il segreto
dell'Imperatore.
Dopo qualche tempo, sul posto, crebbero delle canne che, agitate dal vento, con
il loro fruscio, che diventava sempre più forte ed insistente, ripetevano una
canzone "Federico Barbarossa téne l'orecchie all'asinà a a a a ...", di qui il
ritornello è giunto fino ai tempi nostri ed è stato ripreso anche in canti
popolari della zona.
LAGOPESOLE - ELENA degli ANGELI
L'altra leggenda, certamente legata ai fatti storici che avvennero dopo la
sconfitta e la morte di Manfredi, dice che in alcune particolari notti, quando
la luna è alta nel cielo e tutta la campagna tace, dal Castello si vede apparire
e scomparire una luce portata da una fanciulla vestita di bianco e si sentono
lamenti, invocazioni ed urla di disperazione. La bella Elena degli Angeli,
moglie disperata di Manfredi, torna al Castello dove visse felice a cercare il
caro marito e gli amati figli perduti per sempre. Ed il biondo Manfredi,
cavalcando il suo magnifico stallone bianco, con un bellissimo vestito dal lungo
manto verde nella profondità della notte può essere incontrato nelle campagne
attorno al Castello, che vaga all'eterna ricerca della sua famiglia distrutta
dall'Angioino.
IL SANTO PESCATORE - LEGENDA DEL VULTURE
Il primo uomo, che abitò la nostra montagna,
era un giovane pescatore. Camminava a piedi nudi e a testa scoperta, e portava
abiti di pelle di capra e di pecora. Si dice che fosse un santo: certo che come
i santi lavorava dalla mattina, pregava spesso Dio inginocchiato, si nutriva di
miele, di latte e di pesci.
Venuto forse da montagne più nevose ed alte della nostra o dalla Puglia, liscia
e piana come la palma della mano, si costruì con le canne un pagliaio, con le
querce una barca, con i fili di canapa le reti. Dalla sua terra aveva portato
una scure e delle pecore.
La notte dormiva nel pagliaio. I lupi passavano, sentivano la carne umana, ma
non lo uccidevano; i cinghiali non gli devastavano il seminato, perché Dio
protegge le anime buone, ed il pastore era buono e santo.
Una volta, verso mezzanotte, si destò di botto: una luce, tremula e bianca come
argento, entrava nella capanna. Il pescatore si fregò gli occhi; non aveva visto
mai cosa simile. Uscì fuori, guardò la terra e il cielo:una meraviglia! Il cielo
non aveva né stelle né luna: era azzurro-viola come nell'ora del tramonto, la
terra era velata d'argento come la Via lattea, fioriva di stelle grandi e
lucenti, taceva come un cielo d'estate. <<Miracolo!>> pensò il pescatore. <<Eh!
se fosse il demonio?>> si domandò. Ma non poteva essere il demonio, perché il
demonio non ha lo splendore delle stelle, ma la vampa livida e rossastra del
fuoco.
Il pescatore camminò pel meraviglioso paradiso. Gli alberi non si muovevano,
rifiorivano di tremule stelle e spandevano foglie lucenti; la montagna mandava
al cielo raggi sterminati di luce,; non cantava l'usignolo ed il grillo, non
stridevano il gufo ed il cuculo, il lupo taceva: solo dal cielo pareva calasse
una dolce armonia.
Il pescatore giunse ai laghi: il piccolo, rabbrividendo, vaporava spume di luce;
il maggiore, dov'era la barca, sembrava uno specchi d'argento. Vicino, a pochi
passi dalla sponda, v'era un gomitolo d'oro. Il pescatore guardò: gli sembrò che
un cerchio d'oro se ne sciogliesse, e vide una testa di donna con una lunga
chioma d'oro, ondulante sulla superficie del lago.
La donna piangeva. <<Nella, Nella mia!>> gridò il pescatore, che riconobbe
l'amata mortagli. Ma la voce non si sentiva: tutto quella notte doveva tacere.
Allora sciolse la barca e batté il remo. <fu un fracasso d'inferno: il lago le
valli il cielo echeggiavano al tonfo, e la donna aveva paura e fuggiva pel lago.
Il pescatore si fermò, fé' cenno alla donna, ed anch'ella si fermò; ma non
appena rimosse il remo, di nuovo il fracasso, di nuovo la donna scappava. La
chioma della donna segnava una striscia d'argento nella striscia dell'acqua; il
pescatore seguiva la striscia e gridava:<<Nella! Nella mia!>>; ma rimbombava
solo il fracasso dei remi, e la donna aveva paura. L'uomo si disperava. La
sciando andare il remo, fisso la donna che, al solito, s'era fermata poco
lontano e piangeva. Allora prese la rete e la buttò nel lago. La donna
scomparve. <<L'ho pescata!>> disse e tirò la rete. Vide tremolare e cadere da
questa tante stelle, e la donna non v'era: riapparve a poca distanza dalla
barca. <<Che! S'afferri al remo?>> si domandò il pescatore. Aveva allora
allungato il remo che dal fondo del lago apparvero mille e mille donne, tutte
simili a Nella coi capelli d'oro e con gli occhi piangenti; e poi vennero mille
brutte vecchie, secche e senza denti, che circondarono le belle fanciulle e
sghignazzavano senza misura.
Il pescatore non distinse più la Nella sua: quando allungava il remo fuggivano
le belle e s'appressavano coi loro orribili visi le brutte.
E così per tutta la notte, sino al canto del gallo, inseguì senza posa alcuna.
L'altra notte lo stesso, poi l'altra, e ancora ed ancora, finché il pescatore si
disperò, non pregò più Dio e impazzì....
Spesso nelle notti d'estate, per un'ora sola, nel bosco tutto s'acquieta e
diventa d'argento; e allora dalla sponda del lago si vede un pescatore, vestito
di pelli di capra e di pecora, che insegue tante e tante belle donne dai capelli
d'oro, senza fine, disperatamente.
Guai a chi si ferma! Bisogna fuggire; se no, come il santo pescatore, non si
prega più Dio.
IL PASTORE ANDREA
Il pastore Andrea era un uomo un pò misterioso. Aveva letto le sacre carte, e
studiava sempre la segreta virtù delle pietre e delle piante. Quando una pecora
u una persona ammalava, veniva pastore Andrea, applicava qualche erba pesta, ed
il male spariva.
La sua graggia era la più florida della montagna: egli tondeva due volte l'anno
la lana bianca delle pecore, che aumentavano a dismisura. Pure non era felice:
si vedeva bene dal volto.... La fronte alta, gli occhi neri e profondi avevano
l'espressione d'un odore sconfinato; parlava poco, non cantava mai, pregava
spessissimo in mezzo la greggia pascolante, a capo scoperto e inginocchiato. Non
si conosceva la sua età: talvolta aveva un viso d'innocente fanciullo, tal altra
una voce tremula e severa di vecchio. Conosceva i misteri della montagna e del
cuore umano, sapeva il segreto delle piante, la vita delle cose, e studiava,
studiava sempre sacre carte.
Quando conobbe tutto, egli volle vedere il Pastore dei pastori, che abita nella
santa città, a Roma. Chiamato un giovane, suo benamato, gli affidò le pecore,
raccomandandogli : «Giovanni, abbi cura della greggia mia! É benedetta dal
Signore. Tu serba l'animo mondo, ed il signore darà a te la pace, alla greggia
la lana bianca».
«E tu?» domandò Giovanni.
«Io vo a Roma per vedere il Pastore dei pastori».
Giovanni non capì; a pastor Andrea discese solo, senza mezzi, con l'animo ricco
di grazia divina, dalla montagna dov'era cresciuto.
Attraversò la Puglia, la Puglia senza montagne e senza fontane. Tutto in quella
terra sembrava fosse calore, ricchezza e sete. I campi di grano s'estendevano
senza fine ondeggiando, ed i canti dei mietitori celebravano la potenza del
sole, che rende bronzea la pelle umana e argentei i verdi fili di grano. Andrea
soffriva orribilmente la sete ed il calore: camminava ore intere senza trovare
una grotta fresca e zampillante d'acqua: non un fossato, non una polla di
sorgente, non un metro di muschio. La polvere delle strade, fina e bianca, gli
essiccava il viso; i tramonti e le aurore, avvampanti di fuoco sterminato, lo
sgomentavano. Pure egli continuava: Dio amorosamente lo vegliava.
Giunse al mare. Oh! il mare è buono, è carezzevole come la mamma nostra. Pastore
Andrea si posava sul lido e, cullato dalla dolce nenia dei flutti, s'adormentava.
Le acque capricciose e spumanti gli lambivano le mani, i piedi stanchi; lo
coprivano di fresca rugiada.... E Andrea sognava della sua umida montagna; delle
sue pecore e del Pastore dei pastori, che parla con Dio.
Lascò il mare e, cammina cammina si trovo di nuovo in mezzo alle montagne alte e
splendenti come cristallo, pei ghiacciai. Il sole vi si rifrangeva come in un
specchio e non squagliava il ghiaccio, che pareva infinito. Pastore Andrea
sentiva freddo. Il suo vestito era lacero, i piedi nudi, le membra contuse, e
dal giorno della sua partenza non aveva mangiato. Lo sostentavano la preghiera
ed il santo desiderio di veder Roma. La notte, s'addormentava sul ghiaccio: e
Dio, che lo vegliava amorosamente, faceva fioccare dal cielo la neve sul suo
corpo. Questa, soffice come piuma e bianca come lana, copriva il pastore, che
segnava i più bei sogni e, se il sole non avesse potentemente sfolgorato,
avrebbe dormito sempre.
Frattanto pel viaggio e le sofferenze pastore Andrea s'era estenuato: gli occhi
s'erano incavati; la pelle rugosa; i capelli lunghi lunghi; la persona
stecchita; il petto poi gli era divenuto trasparente, e rosso e grande si vedeva
il cuore. Più settimane passavano, più pastore Andrea soffriva, più il suo cuore
diveniva rosso e grande.
Finalmente, quando mancavano altri pochi giorni per compiere il viaggio, scontrò
numerosi pellegrini. V'erano uomini dal viso nero, altri dal viso giallo, re,
imperatori, un'infinità e varia turba di persone. Tutti portavano doni al
Pastore dei pastori: chi cavalli, chi oro, chi seta. Solo pastore Andrea non
aveva nulla: «Se avessi menato la graggia!» sospirava. Frattanto il suo petto
diveniva trasparente ed il cuore splendeva come fiamma.
Roma è la città di Dio; è la dimora del papa é tutta d'oro e d'argento. Il papa
porta come i pastori un berretto, ricco di gemme però, ed un bastone d'oro. É un
vecchio venerando, non ha mai peccato e indende il linguaggio degli uomini e
degli angioli. Stà su un tronco d'oro, accetta le offerte dei pellegrini e li
benedice. Il trono è alto alto, bisogna salirvi per una lunga scalinata.
Pastore Andrea non aveva coraggio d'avvicinarsi: tutti portavano doni e lui non
aveva nulla, proprio nulla da offrire. «Padre», gridò, «io non ti porto niente.
Ti porto il mio cuore, eccolo!» (il cuore risplendeva come fiamma). «Ho
traversato, senza bere e senza mangiare, la Puglia polverosa; mi sono riposato
sul duro scoglio, ho dormito sulla neve; le mie vesti sono lacere, il petto
consunto. Padre, non posso offrirti altro che il cuore».
Il Pastore dei pastori lo guardò e gli fe' cenno di salire. La folla ossequiosa
fece ala ad Andrea. Ma la scalinata era lunga, ed egli non aveva più forza. Non
volle essere aiutato: aveva attraversato tante montagne, ora non poteva salire
cento scalini! Carponi giunse, senza fiato e senza vita, al trono. Gli occhi
s'erano inondati di celeste grazia, nel vedere il candido Pastor dei pastori.
Tese le labbra per baciargli il piede e spirò.
Anche morto, il cuore risplendeva come fiamma viva. Nella chiesa si gridò:
«Miracolo! Miracolo!».
FIORELLA DORMIENTE
Fiorella, la vergine folle, s'addorme sulla riva dell'Ofanto, dove i pioppi alti
e bianchi ed il giunco rigoglioso attenuano la fiamma del sole. Ella non ha più
veste: la bella veste muschiosa qua e là ha lasciato in lembo nelle notti di
primavera. Come belle le notti di primavera!.... Allora Fiorella s'è da poco
svegliata dal lungo sonno: ha una veste fresca e verde come il grano che spunta,
gira leggiera come un soffio di vento, e con le palme aperte versa il profumo
nei calici dei fiori schiusi senza odori. La veste le svolazza flessuosa, spesso
s'impiglia in un rovo o sbatte contro una roccia; ed allora il rovo fiorisce e
la roccia si copre di muschio.
Gli occhi di Fiorella sono deboli: non reggono al sole d'estate ad al baglior
delle nevi. Quando il sole accartoccia le foglie, Fiorella scappa tra i
giuncheti, sulla sponda umida dell'Ofanto, dove fremono i pioppi alti e bianchi.
Cerca un luogo dove non penetri la luce e, serrate le mani, dorme profondamente.
Cadono lente le foglie dei pioppi sulla vergine folle; le querce della montagna
la coprono delle loro fragili e tremule foglie. Ed ella con le mani serrate
dorme profondamente. I fiori non hanno profumi, perchè Fiorella, la notte, non
spande più il soave effluvio.
Poi l'autunno distende la nebbia fitta e grigia, Fiorella ha freddo....
L'inverno fiocca la neve bianca e soffice, che macera le foglie e gonfia l'Ofanto.
La montagna non ha più precipizi, par quasi monotona ed eguale come pianura. E
Fiorella non dorme più: ha paura. Prega la terra che le ritessa la nuova veste
fresca e verde, come il grano che spunta; sente i germi dei fiori che la
chiamano, il sole che intiepidisce; ed, una bella notte, rigida per la terra,
versando dalle mani aperte effluvi nei calici dei fiori.
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